Beh, da qualche parte si deve pur cominciare. No, non sto parlando della mia collaborazione con Fanpage.it, che inauguro con questo post. Mi riferisco a questo inizio anno del tutto particolare, con i cittadini e le imprese che navigano a vista e si interrogano sul proprio futuro e su quello del Paese.
Ho anche il sospetto che lo stesso Premier, insediatosi lo scorso novembre, a un certo punto abbia pensato qualcosa del genere. “Da qualche parte dobbiamo pur cominciare”, e via con le forbici.
Dico questo perché finora non ho visto interventi tali da far pensare a un importante, decisivo cambio di rotta. Piuttosto, è stata messa in piedi una manovra che, nella migliore delle ipotesi, molti italiani hanno accettato perché preceduta da anni di Nulla (culturale, morale e politico). Una serie di interventi mirati a fare cassa, senza tanti preliminari, circondati da un alone a metà tra l’accademico e il fatalista.

Raggranellare soldi e recuperare credibilità all’estero. E se di quest’ultima c’è un dannato bisogno, complice l’imbarazzante situazione precedente all’arrivo di Mario Monti, sul fronte liquidità si sta cercando di rimpinguare le casse dello Stato con i metodi di sempre.
Tagli, aumenti di accise e balzelli, contenimento della spesa. O meglio, di alcune spese, perché quelle militari, per dirne una, guai a toccarle. Insomma, complessivamente non mi paiono dei rimedi geniali: poteva arrivarci chiunque, emerito professore o no.
Misure per il rilancio? Non pervenuto. Liberalizzazioni? Un gran polverone e le lobby di sempre a fare catenaccio. Costo della macchina statale? Poco e male. Intanto famiglie e imprese traballano. E visto che proprio queste due entità sono il cuore sociale ed economico del Paese, se vacillano loro c’è poco da stare allegri.
Comunque, giorni fa ho scambiato qualche battuta con un esperto di economia. “Non ci illudiamo – mi ha detto. – Hanno lasciato all’attuale governo il lavoro sporco, giustificandolo come intervento tecnico. Tutto ciò che i partiti non possono fare perché hanno una base cui rendere conto e un consenso da difendere. Poi, una volta rifattasi la verginità, le forze politiche ritorneranno sulla scena. Magari sulla riduzione delle tasse ci faranno pure la prossima campagna elettorale, cavalcando il malcontento”. La preoccupazione è palpabile. “Il problema serio è che l’attuale governo si è dimostrato fin troppo zelante nell'eseguire il compito”.
In mezzo a un clima di attonita sfiducia e a qualche ipotesi autorevole che guarda già allo scenario politico dal 2013 in avanti, mi imbatto nelle prime previsioni sull’anno appena iniziato.
Il primo dato viene dalla semplice percezione di ciò che avviene attorno a me, ed è forse il più sconfortante. Aziende e imprenditori col freno a mano tirato: tutti in attesa di capire cosa ne sarà dei prossimi 12 mesi. Nessuno che muova un passo.
Un’analisi parziale e incompleta, se vogliamo. Ma se non sono imprenditori e industriali i primi a credere nella ripresa e a proporsi come motore del rinnovamento economico, mi chiedo chi lo possa fare. I consumatori inchiodati alla terza settimana del mese? Le famiglie sempre più simili a un circo acrobati dell’economia domestica? Gli under 40 straziati dal precariato? I giovani laureati che per immaginare un futuro hanno già (comprensibilmente) le valigie in mano?
I dati dell’indagine trimestrale di Bankitalia paiono confermare ciò che vedo attorno a me: circa il 75% delle imprese si attende un peggioramento della situazione economica. Pochi, pochissimi credono in un recupero, specie se a breve termine.
Non mancano, fortunatamente direi, ipotesi di segno opposto. In un recente articolo, Francesco Daveri sottolinea che il progressivo deprezzamento dell’Euro potrebbe rafforzare le nostre esportazioni, arginando parzialmente lo tsunami recessivo atteso entro la prima metà dell’anno. Da qui l’esortazione a essere “meno pessimisti della maggior parte degli analisti sulle prospettive economiche dell’Italia nel 2012”.
Bene. Forse per spirito scaramantico, tendo a sperare più nei ragionamenti di Daveri che nelle aspettative degli imprenditori intervistati da Bankitalia. Lo so, così facendo si finisce col fare la figura del venditore di almanacchi che confida nel futuro al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma io di perplessità ne ho, eccome. Una su tutte: quasi tutte le analisi di questi ultimi giorni tendono a restare confinate nel dominio dei numeri. Tutto troppo teorico e distante dalle esigenze della vita quotidiana.
C’è una certa interdipendenza tra fenomeni micro e macro-economici, questo è evidente. Ma l’uomo comune è pragmatico e ha bisogno anche di altre informazioni e altri indicatori per capire se e quanto preoccuparsi. La sua fiducia nel domani non nasce automaticamente dallo scoprire il legame tra valore di una moneta ed esportazioni o dal sapere che la fase “Salva Italia” è conclusa e adesso arriverà quella “Cresci Italia” (o Crash-Italia, come ha suggerito Blob).
L’uomo comune ragiona a un’altra quota: vuole sapere di livelli occupazionali, di welfare, di diritti, di sicurezza. Stabilità. Vuole che chi lo governa sia degno di tale carica e motivato nel portare avanti il suo mandato. E serve a poco svilirsi nella solita lamentela della paga di un parlamentare: cosa cambia nel sostituire degli irresponsabili demotivati e corruttibili, pagati 16 mila Euro al mese, con altri irresponsabili demotivati e corruttibili pagati 8 mila?
Niente: il malcostume al potere ci fa lo sconto del 50%, ma ci costa caro ugualmente. Tutto qui.
L’uomo comune riconquista la sua fiducia nel Sistema quando nota che il cambiamento positivo investe la vita di ogni giorno, anche al di là di quanto dicono i mercati. Non c’è Spread che tenga quando puoi incontrare ogni giorno la fiducia nel Paese guardando negli occhi di colleghi, capi, negozianti, imprenditori o di chi incroci al supermercato.
Ecco, mi pare che nel suo gelido e tetro aplomb, il Governo Monti si sia dimenticato di questo aspetto. Forse recupererà in futuro, ma non abbiamo tutto il tempo del mondo a disposizione. C’è chi attende risposte. Se queste arrivano, si ricostruisce una certa fiducia nel Sistema Paese e da lì la locomotiva economica inizia a girare di nuovo. Altrimenti la cura rischia di ammazzare il cavallo.
Gli sforzi del Governo si stanno concentrando sul placare le febbri della Borsa e ripianare lo spaventoso buco di cassa. Ok, posso capire che questo sia il primo passo. Ma poi? Al termometro della Serenità collettiva non ci ha pensato e non so se avrà intenzione di farlo a breve. E la temperatura rilevata ultimamente desta qualche preoccupazione. Poi, i miei sono solo dubbi di una persona comune: ma non mi sembra che economisti ed esperti abbiano molte più certezze da sfoderare.
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