
In questo ultimo giorno dell'anno del signore 2011, che più di ogni altro, tra quelli recenti, ha messo a nudo i buchi neri dell'anima sporca della società italiana, la morte di Don Verzè mi dà lo spunto per riflettere sul concetto di iniquità intellettuale e morale della Chiesa. In Don Verzè solo un piccolo crocefisso sul bavero della giacca da manager e l'appellativo “Don” (che peraltro usano anche i mafiosi), tradivano il fatto che fosse un prete. Per il resto, mascherava benissimo la sua privilegiata condizione sociale, asso nella manica e protezione fisica e morale di un uomo che non solo non ha mai fatto mistero delle sue megalomani e sfrenate ambizioni personali, ma addirittura le ha ostentate, brandendole insieme alle sue potenti amicizie di destra e di sinistra, come un'arma verso chiunque cercasse di arrestarne l'ascesa come uomo di potere.
E come tutti gli uomini di potere che si rispettano vantava nel suo cv personale, capacità di corruzione (condanne evitate dalle prescrizioni come i suoi mentori Berlusconi e Craxi), tenute faraoniche con piscina dove amava rifugiarsi in raccoglimento spirituale insieme a fidati amici, anch'essi in odore di galera. Il suo aspetto esteriore, a metà tra un manager della finanza e un padrino mafioso, gli permettevano di muoversi con disinvoltura davanti ai media che adorava e senza farsi problemi dei milioni di euro di buco procurati alla sua Azienda Ospedaliera. Un'azienda, quella di Don Verzè, che investiva in ogni settore: dalle piantagioni in Brasile alle speculazioni immobiliari. Gli va riconosciuto l'indubbio merito di aver creato un ospedale modello, cosa peraltro riuscita anche a molti laici. Contrariamente a quanto un comune mortale è portato a pensare, questa sua condizione di uomo di potere, guadagnata con caparbia, gli ha anche scongiurato il rischio di una scomunica.


Sono finito in croce. Come Gesù
Il suo rapporto con gli alti prelati della chiesa, infatti, era ottimo. In qualche modo, la grandezza di Don Verzè è stata quella di aver rappresentato all'interno della società laica, l'arroganza e l'impunibilità terrena della chiesa alla quale tutto è permesso: dalla pedofilia al furto, dal disprezzo delle leggi dello Stato ai privilegi immotivati, fino all'evasione fiscale. Tutto in nome di Gesù, al quale il buon Don Verzè, illuminato dal delirio di onnipotenza, si è paragonato alla fine del suo percorso su questa terra. ”Sono finito in croce come Gesù” ha detto prima di morire. Amen.
facebook
feed rss
twitter
linkedin