Quando giungono sul posto per la segnalazione di un'auto abbandonata in posizione anomala sulla carreggiata della Statale 106, che collega Taranto a Reggio Calabria, i carabinieri di Taranto pensano a un incidente stradale. Quando aprono lo sportello della Matiz rossa, si trovano davanti lo spaventoso spettacolo di un corpicino crivellato di pallottole. È quello di Domenico, ‘Dodò', Petruzzelli, 3 anni. La sua tenerissima testolina bionda è riversa sul corpo di un uomo. E il compagno di sua madre, Cosimo, Orlando, 43 anni, pluriomicida in semilibertà. Accanto, sul sedile del guidatore, c'è il corpo di Carla Maria Fornari, 30 anni, la madre di Dodò.

Sui sedili posteriori, nel buio, quattro occhi fissano i militari. Sono quelli pieni di terrore dei fratellini di Domenico. Sei e otto anni, sono sopravvissuti alla strage per miracolo. A pochi chilometri di distanza, nella zona di Chiatona-Massafra, vengono trovati la carcassa bruciata di una Opel Astra, una pistola automatica Beretta calibro 9 ed un fucile semiautomatico a canne mozze, del tipo Beretta 80 special. Sono l'auto e le armi del commando killer. Gli investigatori non hanno dubbi: quella è una strage di mafia, la mafia che uccide un bambino di tre anni, quella senza più codici, che risponde solo alle leggi del profitto.

Evidentemente, però, Dodò non era l'obiettivo dei sicari, che di sicuro puntavano a colpire Carla e il convivente. Per un tragico destino, nell'auto che riportava in carcere il patrigno di Domenico, c'era anche lui, stretto fra le sue braccia. I killer non hanno avuto pietà né del piccolo né dei fratellini, che si sono salvati solo perché si sono nascosti tra il sedile posteriore e gli schienali dei sedili anteriori. “Abbiamo fatto finta di essere morti”, dicono con l'orrore negli occhi a chi li estrae da quella tomba a quattro ruote, dove sono rimasti 20 minuti, in attesa che qualcuno desse l'allarme. Quell'odiosa strage semina il panico nel comune di Palagiano, dove la famiglia viveva e da dove ogni sera la Matiz partiva per riportare Orlandi in prigione.

Duplice omicida, aveva dei nemici come tutti i manovali della malavita del Sud. Tra questi c'era Giovanni Di Napoli, detto “Nino”, 62 anni, boss di origini calabresi da tempo a Palagiano. Su di lui si concentrano i sospetti della DDA di Lecce, che prende in carico il caso. Viene fuori che Orlando lo aveva preso a schiaffi in pubblico pochi giorni prima dei fatti, dandogli dell'infame. I rapporti tra i due erano tesi per questioni ‘d'affari'. Orlandi accusava il boss di non avergli versato la quota mensile che spetta a ogni affiliato detenuto; Di Napoli, invece, aveva altri motivi di rancore. Personali. Nelle indagini salta fuori una precedente relazione tra la Fornari e il boss. Dramma della gelosia? Anche, ma non solo. Orlandi doveva morire, si era spinto troppo in là con le offese e con lei la compagna, che avrebbe di certo ‘cantato' con i giudici facendolo arrestare, come aveva fatto arrestare il commando omicida del marito, Domenico Petruzzelli, ucciso nel 2011, anche lui dalla mala pugliese.

È questa la ricostruzione dei magistrati dopo due anni di indagini. La strage di Palagiano è stata un'esecuzione di quelle che si riservano ai magistrati ingombranti, ai rivali nei traffici, ai pentiti. Così è morto Dodò, vittima innocente come i suoi fratellini che porteranno dentro, per tutta la vita, l'orrore di quella strage. Per il triplice omicidio che Palagiano non dimenticherà, i pm hanno chiesto per Di Napoli il carcere a vita.