Era il 20 dicembre del 2006 e alle ore 23.45, dopo quasi dieci anni di atroci sofferenze, Piergiorgio Welby, simbolo italiano per la lotta contro l'accanimento terapeutico e per l'eutanasia libera, si spegne definitivamente, all'età di 61 anni. Per decenni Welby ha combattuto strenuamente contro il suo male, una distrofia fascio-scapolo-omerale che lo colpì in forma grave all'età di soli 16 anni. Negli anni '80 perse l'uso delle gambe, in seguito la patologia degenerativa lo portò a vivere costretto in un letto, senza più la possibilità di muoversi. La sua battaglia per l'approvazione di una legge che consentisse la legalizzazione dell'eutanasia cominciò all'incirca a fine anni '90 quando, nel 1997, dopo l'ennesima crisi respiratoria e la conseguente necessità di trascorrere la propria vita attaccato a un respiratore artificiale, chiese pubblicamente: "Lasciatemi morire". Da quel giorno e per i successivi 9 anni, Piergiorgio Welby e la moglie Mina, insieme all'Associazione radicale Luca Coscioni, iniziarono una lunghissima battaglia a favore della legalizzazione dell'eutanasia e per il rifiuto dell'accanimento terapeutico, una battaglia fatta di scioperi, iniziative in piazza, presentazione di leggi di iniziativa popolare.

Una battaglia che, ancora oggi, a dieci anni dalla morte di Piergiorgio Welby, non è ancora stata vinta, ma anzi sembra aver subito una grossa battuta d'arresto. Welby, così come i tanti malati che nel corso degli anni si sono uniti alla sua lotta non violenta, chiedono semplicemente di non essere costretti a sopravvivere, a vivere una vita che vita non è e che non sentono più come propria, di non essere costretti a passare interminabili anni provando inaudite sofferenze che, inesorabilmente, come avviene per ogni essere umano, porteranno comunque alla morte, ma una morte non serena. Un diritto che però è sempre stato negato. E' stato negato a Piergiorgio Welby, che morì dopo decenni di atroci dolori e nove anni bloccato in un letto senza possibilità di muoversi, senza la possibilità di vivere una vita dignitosa e senza la possibilità, soprattutto, di poter avere il diritto a una morte dignitosa, ed è stato negato a decine e decine di malati ancora, nel corso di questo decennio.

Il 16 dicembre del 2006, a soli quattro giorni dal decesso, il Tribunale di Roma respinse la richiesta della famiglia Welby, che esortava i sanitari a porre fine a un accanimento terapeutico indesiderato e non richiesto. I giudici sostennero di non poter dare seguito alle volontà di Piergiorgio a causa dell'assenza di una legge dedicata alla questione. Il 20 dicembre 2006 Welby chiese nuovamente di potersi lasciar morire e questa volta trovò Mario Riccio, un medico che finalmente accolse il suo desiderio e durante la sera lo sedò e staccò il respiratore che lo teneva in vita. Welby morì poco tempo dopo, alle 23.45 di quel 20 dicembre 2006.

Il dottor Riccio venne indagato per “omicidio del consenziente”, poi prosciolto da tutte le accuse nel 2007. Alla famiglia di Piergiorgio Welby vennero negati i funerali cattolici, perché secondo il Vicariato di Roma non sarebbe stato possibile concedere le esequie desiderate "perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica”.

Il 3 maggio del 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, quattro proposte di legge, di cui una di iniziativa popolare presentata nel 2013 dall'Associazione Luca Coscioni, arrivano in Aula a Montecitorio, pronte per essere discusse in sede parlamentare. Nonostante questo, però, le proposte di legge vengono frettolosamente analizzate dalle commissioni Giustizia e Affari sociali e velocemente rimandate a data da destinarsi. Da quel momento, lo stallo. Sono trascorsi dieci anni da quel 20 dicembre 2006 e in Italia ancora nulla è cambiato, ancora in Italia i malati non sono liberi fino alla fine.

“Come già Luca Coscioni, a mio turno sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio essere”.

Piergiorgio Welby, 8 dicembre 2006