Totò Riina ha diritto a una morte dignitosa. È quanto sancito da una decisione della Corte di Cassazione che, rigettando il parere contrario del Tribunale di sorveglianza di Bologna, ha accolto il ricorso del legale del boss di Cosa Nostra e aperto alla possibile scarcerazione di Riina e alla conseguente possibile detenzione domiciliare per motivi di salute. Secondo i supremi giudici "il mantenimento il carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa ed è esposto, in ragione di una grave cardiopatia, ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili" è inammissibile e incompatibile con il senso di umanità della pena e per questo motivo lo Stato italiano ha il dovere di assicurare al detenuto il diritto a una morte dignitosa. Il tribunale bolognese lo scorso anno aveva deciso di rigettare la richiesta del legale di Riina a causa dell’altissima pericolosità e dell’indiscusso spessore criminale del boss, ma secondo la Cassazione il tribunale di sorveglianza non avrebbe chiarito come "tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico".

La decisione della Prima sezione Penale della Cassazione è ovviamente destinata a far discutere. La possibile, ma non certa, scarcerazione di un boss mafioso come Riina – condannato a numerosi ergastoli per omicidio nonché mente della strage di Capaci in cui nel 1993 persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro – è effettivamente difficile da spiegare e da digerire, ma la sentenza della Cassazione, senza utilizzare troppi giri di parole, è ragionevole.

Ragionevole perché rispettosa dei principi fondanti sanciti dalla nostra Costituzione e da un ordinamento penale fondato sul rispetto dello Stato di diritto, che prevede sì la condanna in regime carcerario duro per i reati di mafia – condanna che Riina ha scontato al 41bis fino al 2001, successivamente allentato – ma prevede altresì che lo Stato italiano non possa arrogarsi il diritto di vendetta. Accanirsi contro un detenuto in fin di vita, seppur un criminale incallito e sanguinario, è esattamente contrario a quei principi che lo Stato è chiamato non solo a rispettare, ma soprattutto ad applicare. E non perché Riina abbia diritto al perdono, ma semplicemente perché lo Stato non può permettersi di abbassarsi al livello del Capo dei Capi opponendo crudeltà a crudeltà, applicando la cosiddetta "legge del Taglione, dell'"occhio per occhio, dente per dente".

All'articolo 27 della Costituzione italiana si legge: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", una frase che ben spiega la razionale decisione – seppur in contrasto con quella presa a suo tempo nei confronti dell'altro boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano – dei giudici della Cassazione. Mantenere in regime carcerario il Capo dei Capi in fin di vita, un vegetale ormai incapace di intendere e di volere, è un trattamento vendicativo e sostanzialmente inutile. Inutile perché non potrà mai cancellare il dolore delle famiglie vittime dei suoi atroci delitti, né cambiare il corso della storia. Restituire a Tòtò Riina il diritto a una morte dignitosa è invece il miglior insegnamento di civiltà che lo Stato può dare a chi invece la civiltà, mentre era in vita, non ha compreso cosa fosse.