
Lo so, può sembrare anacronistico e fuori luogo, nel vortice di stenti economici e di clima da assalto al camion delle pagnotte che si è creato, parlare di cultura. Ma credo sia giusto, ogni tanto, far circolare la parola. Giusto per non dimenticarne il senso e tenere più lontano possibile l'attentato intellettuale di tremontiana memoria secondo il quale “la cultura non si mangia”. Si mangia eccome! Non con la bocca forse…, ma si mangia. Anzi, si divora.
Personalmente avverto come un pericolo reale l'affrontare la crisi in termini esclusivamente tecnici e tecnocratici. Il pericolo di avviare la ristrutturazione (?) della società senza un progetto e un traguardo umanistico. Ancor più strambo e raggelante appare questo modo di affrontare le difficoltà pratiche, quando si vive in un Paese che ha, potenzialmente, il suo “oro nero” proprio nella cultura e in tutti quei settori del sapere e dell'arte che tra l'altro generano di continuo know how.
Il pericolo che avverto sta nel ritrovarsi, ogni giorno di più, in un Paese satollo, ma senz'anima. Spolpato dell'identità che in qualche modo ha contribuito a renderlo ricco. E dove i giovani si muovono senza punti di riferimento, come nella necessità di doversela reinventare da zero la cultura, andando a raccattare nel maagma della società elementi di stimolo, emotivo ed intellettuale, sorprendenti. Basta che siano. Le persone hanno fame di cultura, quanta ne hanno di pane. E come altri paesi hanno dimostrato e dimostrano, la cultura è anche un'industria formidabile in grado di auto alimentarsi come pochi altri settori e di produrre reddito e profitto economico.


Cultura. Una cosa per alimentare la quale lo stato italiano investe, ultimo in Europa, lo 0,21% del PIL
Ogni giorno, centinaia di migliaia di persone, forse milioni, si parlano attraverso canzoni, film, immagini, citazioni da libri…non solo si parlano, si trasmettono conoscenza ed emozioni che le parole che hanno in tasca non sono sufficienti ad esprimere. Ogni giorno le persone arricchiscono il proprio linguaggio, la propria anima e la propria coscienza, di un nutrimento senza il quale, alla lunga, avvizzirebbero come la terra senza la pioggia. E senza il quale ogni idea di futuro e di progresso sarebbe appannata e tetra.
Si chiama cultura. Una cosa per alimentare la quale lo stato italiano investe, ultimo in Europa, lo 0,21% del PIL (musei e beni storici compresi). Cultura, una cosa senza la quale uomini e donne italiani avvizzirebbero come le anime secche della marmaglia che li governa. Il governo Monti sembra proseguire nell'opera di demolizione o quantomeno, non cita la parola.
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