Prendiamo un paese con un alto tasso di criminalità organizzata. Bande armate, violenza ma soprattutto quell'economia illegale che risulta essere molto più pericolosa di tutto ciò che normalmente si vede, molto più potente della delinquenza seduta sui marciapiedi o che cammina incappucciata nelle periferie. Prendiamo una cittadina così. Non è difficile immaginarla: basta poco per entrare nella lista immaginifica delle città pericolose, basta qualche morto ammazzato, un po' di sangue lavato male dal pavimento di un bar. Ormai non bisogna nemmeno percorrere troppi chilometri per trovarne una, disegnata da qualche letteratura della retorica criminale. C'è entrata Roma, nel 2015, per dire, nel librone delle città buone per farci un libro espresso o un film a puntate.

Prendiamo, per questa storia di inizio anno, una data delle elezioni, a cavallo delle feste, con la frenesia di una campagna elettorale nei limiti di una piccola città. Una campagna elettorale che non si risolve con i comizi, i tweet o gli slogan instillati a pranzo e cena. Nei paesi le campagne elettorali si fanno camminando anche quando non si sta dentro l'obbiettivo delle telecamere o dei telefonini. Nelle campagne elettorali delle città che non sono mica metropoli il candidato sindaco lo chiamano per nome dall'altra parte della strada, gli si avvicinano con un problema che ha nome e cognome e via e numero civico, in quelle campagne elettorali lì essere candidato significa mettersi a faccia in su verso un paese che ti vomita addosso a cascata tutti i malumori che non sono stati spazzati dalle strade, incastrati negli stipiti degli uffici, ammuffiti tra le panche d'attesa del dottore. Candidarsi sindaco nei luoghi troppo periferici dallo Stato significa spesso essere l'inviato speciale di una redazione che ha già chiuso e non te l'ha detto nessuno. Chiedete agli amici del sindaco di Pollica, quell'Angelo Vassallo che è stato ammazzato giusto il tempo per infiocchettargli qualche dolore elettorale, oppure chiedete di Emanuele Notarbartolo sindaco di Palermo che non era nemmeno il ‘900, o Bernardino Verro a Corleone, Sebastiano Bonfiglio ad Erice, Gaetano Guarino a Favara, Pino Camilleri a Naro, Pasquale Alberico a Camporeale, Vito Lipari a Castelvetrano, Vincenzo Napolitano a Riesi e a tutti quelli che non abbiamo fatto lo sforzo di ricordarci.

Fare il sindaco in terra di criminalità è l'atto d'amore più grande che si possa compiere per il proprio Paese: ha il sapore pungente delle cause perse ma giuste, ha il profumo del difendere la propria terra, metro per metro, nello spazio che ci compete. 

Ecco, mettiamo che nel nostro paese di questa storia immaginata all'inizio dell'anno il candidato sindaco alla fine vinca. Ed è giovane. Ed è donna. In campagna elettorale ha fatto i nomi e i cognomi, ha chiamato il male senza metafore o giri di parole, ha indicato l'erba cattiva da sradicare. Mettiamo anche che la sindaca appena eletta abbia un passato da parlamentare, una storia di quelle dove il protagonista ha una priorità invertita rispetto alle istruzioni per la carriera. L'elezione di un sindaco del genere, in qualsiasi paese del nostro Paese o in qualsiasi cittadina nel resto del mondo, sarebbe l'inizio di una storia ottima anche per gli strascichi natalizi, perfetta per i giorni dei propositi.

E poi, dopo poche ore dal giuramento e l'investitura mettiamo che la sindaca venga uccisa. Ammazzata a casa sua, in una paranza di colpi che lascia per terra lei e due dei quattro aggressori. E giù tutti di lutto più o meno istituzionale, cordoglio e promesse d'impegno e un nome da aggiungere alla lista.

L'ultimo sindaco ucciso non è italiano, stava in Messico e si chiamava Gisela Mota, 33 anni e la criminalità che lì ha l'odore del narcotraffico piuttosto che l'edilizia o la finanza. Cambiano l'accento, il clima, i colori ma Gisela muore come muoiono i sindaci quando sono lasciati soli. Tutti i sindaci in tutte le lingue del mondo. E il Messico sembra così vicino. Basta una similitudine qualsiasi nella striatura del dolore per scavalcare gli oceani. Altro che muri.