Quando in Italia erano le 3.45 del mattino la Marina Militare statunitense ha lanciato un attacco sulla base militare siriana di Shayrat: 59 missili Tomahawk hanno colpito dei depositi di armi, dando di fatto seguito ai raid della Coalizione Internazionale per combattere l'Isis cominciati nell'agosto del 2014 dal democratico Barack Obama, con il sostegno di numerosi paesi anche Europei (dalla Francia al Belgio, dal Regno Unito all'Olanda, con un ruolo persino dell'Italia nella fornitura di armamenti). Benché il bombardamento della scorsa notte non rappresenti affatto l'inizio della partecipazione statunitense alla Guerra in Siria, la percezione nell'opinione pubblica è che vi sia stato un netto cambio di passo nella strategia della Casa Bianca, che dall'arrivo di Donald Trump aveva finora dimostrato una certa "tolleranza" nei confronti del regime di Bashar Al Assad dimostrandosi invece inflessibile contro i ribelli islamisti.

Il Repubblicano, invece, la scorsa notte ha inviato un messaggio alla nazione descrivendo l'attacco mirato come la risposta necessaria contro “l’orribile attacco con armi chimiche” di mercoledì, di cui – secondo il Pentagono – sarebbe responsabile diretto il presidente siriano Bashar al-Assad. Come se non bastasse il segretario di Stato Rex Tillerson ha definito la Russia “complice” o “incompetente” a proposito del massacro di Khan Shaykhun, ma ha confermato che il bombardamenti della scorsa notte "non rappresenta un cambio nella nostra politica sulla Siria”.

Il "casus belli" dell'attacco americano alla Siria.

Il "casus belli" è stato dunque il massacro di martedì mattina nella città di Khan Shaykhun, a una settantina di chilometri a sud di Idlib. Settandadue persone sono morte a causa di un attacco la cui genesi è ancora assai confusa, ma le cui conseguenze sono state disastrose. Secondo gli Stati Uniti, numerose Ong e i paesi dell'UE l'aviazione militare di Damasco avrebbe bombardato con armi chimiche la città, con il via libera della Russia. Dal canto suo Damasco ha negato ogni intenzionalità dell'azione, spiegando che l'attacco è stato condotto con armi convenzionali su un deposito di munizioni dei ribelli contenente, però, sostanze chimiche. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta che prevedibilmente richiederà ancora tempo, ma al termine della quale dovrebbero essere chiare le responsabilità.

L'attacco di Khan Shaykhun ha quindi determinato nuovi posizionamenti nello scacchiere siriano: gli Stati Uniti, prima tolleranti versi Assad, hanno deciso di utilizzare il "pugno duro" verso il dittatore di Damasco. La Russia, invece, non retrocede minimamente dalle sue posizioni: continua a sostenere il regime di Assad e a partecipare attivamente alla guerra civile contro le opposizioni (islamiste, ma non solo). Sia Washington che Mosca, nel frattempo, continuano a bombardare le aree controllate dallo Stato Islamico.

Quando la Casa Bianca diceva: "La nostra priorità non è rimuovere Assad"

Indubbiamente il bombardamento della scorsa notte è destinato a riacutizzare tensioni tra USA e Russia che – dopo l'elezione di Trump – sembravano essersi sopite. Più volte il Repubblicano negli ultimi mesi ha teso una mano a Putin, arrivando la scorsa settimana a formalizzare un cambio di rotta importante rispetto alla linea tenuta da Obama: "La nostra priorità non è più restare seduti lì e concentrarci sulla partenza di Assad", ha spiegato l'ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Nikki Haley. Poco prima il segretario di Stato Rex Tillerson, in un incontro con la stampa ad Ankara, aveva preannunciato il cambio di direzione della diplomazia americana: "La permanenza di Assad nel lungo termine dovrà essere decisa dal popolo siriano". La priorità degli USA nell'area, insomma, non era più quella di rimuovere il feroce dittatore: posizione che era stata salutata con favore dal Cremlino.

L'attacco della scorsa notte però cambia nuovamente le carte in tavola. In attesa che Putin si pronunci ufficialmente, alcuni influenti parlamentari hanno parlato di “attacco a un membro Onu” e di un “verdetto prematuro attribuito con la polvere da sparo”. Per l'influente rivista Limes, invece, il bombardamento va interpretato leggendo il commento del premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Israele spera che questo messaggio risoluto nei confronti delle orribili azioni del regime di Assad risuoni non solo a Damasco, ma a Teheran, a Pyongyang e altrove”. Insomma, il raid della scorsa notte non sarebbe che un "messaggio" inviato da Trump a Corea del Nord e Iran. Saranno inevitabilmente i prossimi mesi a rivelare se questa lettura degli eventi è corretta.