Saviano parla per sentito dire. Affronta il tema dei migranti come se fosse una sceneggiatura per una serie di successo, non per quello che è, ossia un problema serio che costa migliaia di vite umane ogni anno. Ci sono alcuni dati che non possono essere ignorati se vogliamo parlare con cognizione di causa della questione”. Se c’è una cosa che ci sentiamo di condividere della serie di ragionamenti di Luigi Di Maio sulla questione migranti / ONG è proprio l’incipit del post pubblicato (anche) sul blog di Beppe Grillo. Il problema, ahinoi, è che Di Maio è il primo a disattendere le premesse del suo ragionamento, dal momento che, dall’incipit in poi

  • parlerà per sentito dire, citando a caso pezzi di documenti e decontestualizzando analisi complesse e approfondite;
  • userà la questione a scopo di propaganda politica, banalizzando tutto e dimenticando pezzi essenziali della “sceneggiatura”;
  • ignorerà i dati e parlerà senza alcuna cognizione di causa o conoscenza “tecnica” del fenomeno.

Di Maio è in buona compagnia, però, perché sulla questione delle ONG – taxi del mare per migranti si esporranno praticamente tutti i leader di partito, con qualche sfumatura e sempre inseguendo la logica dello scontro politico.

Proviamo però ad andare con ordine, cercando di capire come nasce la caccia all'untore dell'immigrazione / invasione e la criminalizzazione del ruolo delle ONG, le organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo.

Come vi abbiamo raccontato, la questione è stata sollevata per la prima volta sui media dalla pubblicazione da parte del Financial Times di uno stralcio di un rapporto riservato di Frontex risalente al novembre del 2016. Nel documento, tra le altre cose, si parlava di gruppi di migranti che prima della partenza dal territorio libico venivano istruiti in modo da essere recuperati dalle ONG operanti oltre le 12 miglia dalle coste. La comunicazione riprendeva sommariamente le “preoccupazioni” espresse dal personale impegnato nella missione EUNAVFOR – Med, che spesso si trova a dover compiere interventi in collaborazione con le ONG, con dinamiche non proprio chiarissime (ma sul punto ritorneremo più avanti).

Qualche mese dopo Frontex pubblicava il documento Annual Risk Analysis 2017, che per molti costituisce la “pistola fumante” del ruolo criminale delle ONG. I documenti, però, andrebbero letti, studiati, contestualizzati e analizzati. A maggior ragione se si intende utilizzarli nel dibattito politico o basarci una campagna volta all’allargamento del consenso tra i cittadini.

Quali sono i “dubbi” espressi da Frontex sull’operato delle ONG.

La parte che ci interessa nel rapporto comincia più o meno dal punto 6.1, denominato “Long-range coast guarding operations in the Central Mediterranean”. Frontex spiega che, a seguito del cambiamento delle rotte di transito, l’attività di SAR, ovvero search and rescue, si è concentrata nella zona di mare compresa fra la Libia, Lampedusa e Malta. Se nel 2015 e per i primi mesi del 2016 la stragrande maggioranza dei “salvataggi” in mare era portata a termine da navi della Guardia Costiera italiana, della missione EUNAVFOR Med e di Frontex, mentre gli equipaggi delle ONG si occupavano del 5% circa delle operazioni. Dal giugno 2016 qualcosa cambia in maniera radicale e, mentre diminuiscono gli allarmi lanciati dagli stessi gommoni / barconi tramite telefono satellitare, aumentano esponenzialmente i salvataggi effettuati dalle ONG, che nel periodo fra ottobre e novembre 2016 raggiungono anche il 40% del totale. Le statistiche confermano che l’operato delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico fra la Libia e l’Italia è in crescita, ma, come si legge nel rapporto, ciò non sembra legato a un cambio di strategia, quanto piuttosto ai benefici (più o meno diretti) dell’aumento dell’attività di SAR e degli sforzi umanitari messi in campo dagli europei. Parallelamente, però, è aumentato anche il numero (quello accertato, almeno) dei morti in mare: 5083 nel 2016, 3777 nel 2015, 3279 nel 2014.

Dunque, Di Maio e gli altri hanno ragione? Calma, i dossier vanno letti per intero e, ove possibile, le informazioni vanno integrate, approfondite, "spiegate".

Quando si parla della questione si fa riferimento al concetto di “pull factor”, che sostanzialmente spiega l’aumento delle partenze dalle coste libiche con la presenza dei soccorritori nello spazio. In poche parole, i migranti sarebbero invogliati a partire consapevoli del fatto di essere soccorsi a pochi chilometri dalla costa libica.

Per la quasi totalità delle forze politiche è molto difficile contestare da un punto di vista concettuale una simile tesi, che, ad esempio, è alla base della contrarietà del governo britannico alle missioni nel Mediterraneo. Si può farlo dal punto di vista culturale, ideale, politico, provando magari a chiedersi quale sia l’alternativa alle operazioni di SAR in mare aperto. Ma questo è evidentemente un altro discorso. Anche dando per buona la tesi del "pull factor", però, ci sono questioni che proprio non tornano.

Il problema è che il report di Frontex non dice il pull factor è costituito “solo” dalle ONG, ma che tutte le navi che operano nella zona concorrono a determinare tale situazione, dal momento che i barconi devono compiere poche miglia per avere una buona probabilità di essere intercettati. È scritto in maniera piuttosto chiara

In this context, it transpired that both border surveillance and SAR missions close to, or within, the 12­mile territo­rial waters of Libya have unintended consequences. Namely, they influence smugglers’ planning and act as a pull factor that compounds the difficulties inherent in border control and saving lives at sea. Dangerous crossings on un­ seaworthy and overloaded vessels were organised with the main purpose of be­ing detected by EUNAVFOR Med/Frontex and NGO vessels.

Apparently, all parties involved in SAR operations in the Central Mediter­ranean unintentionally help criminals achieve their objectives at minimum cost, strengthen their business model by increasing the chances of success. Migrants and refugees – encouraged by the stories of those who had successfully made it in the past – attempt the dan­gerous crossing since they are aware of and rely on humanitarian assistance to reach the EU.

Frontex parla di "conseguenze non volute", di aiuto "non intenzionale" ai trafficanti, ribadendo ciò che appare ovvio (e, ma questo lo aggiungiamo noi, con poche alternative). Non sono solo le ONG a operare come "taxi del mare" (volendo dare per buona una definizione terrificante), ma l'intero sistema messo in campo dall'Italia prima, con Mare Nostrum, e dalla Ue poi; o, per essere più precisi, che le operazioni di SAR hanno questa indiretta conseguenza. Paradossalmente, almeno per i grillini, l'unica ad aver chiarito questo fondamentale passaggio è Laura Ferrara, europarlamentare M5s, in una interrogazione, peraltro anch'essa molto discutibile.

La missione EUNAVFOR – Med, che in qualche modo si serve delle ONG, è dunque un gigantesco errore? Forse lo pensano Di Maio, Meloni e Salvini (che hanno presentato proposte alternative abbastanza discutibili, per usare un eufemismo). Sicuramente non è scritto nel documento di Frontex, citato completamente a sproposito in decine di trasmissioni televisive che in qualche modo hanno sostenuto e rilanciato la criminalizzazione delle ONG. Perché, la vera sfida non è fermare le ONG, ma aumentare il coordinamento fra le parti in campo, minimizzare i rischi per tutte le persone coinvolte (non solo i migranti, ma anche gli operatori umanitari e gli uomini di Frontex o della nostra Guardia Costiera), pretendere la rigida applicazione delle stesse regole d'ingaggio per chiunque si occupi della SAR.

In conclusion, SAR efforts will con­tinue as long as the migratory crisis per­sists in the Central Mediterranean not only because they relate to international legal obligations, but also because they stem from European values. SAR, how­ever, requires increased coordination be­tween all stakeholders to minimise the number of fatalities at sea as well as the unintended effects of operating so closely to Libyan territorial waters (pull factor). Specifically, all SAR operations should follow the same procedures, e.g. when it comes to the disposal of the vessels after the migrants have been rescued.

Pull factor de che?

Tutto quanto abbiamo scritto fino ad adesso si basa sulla tesi (ripetiamo, condivisa dalla quasi totalità delle forze politiche, ma in particolare dalla destra e dal M5s) che il lavoro delle ONG costituisca uno stimolo alla partenza dei migranti, unitamente (lo dice Frontex) alle missioni internazionali. È la tesi del pull factor, appunto, che poi è stata successivamente incrociata con le teorie sul link fra ONG e organizzazioni criminali, con i complottismi sull'invasione programmata e con i deliri sulla possibilità di operare respingimenti.

Il problema è che tale tesi potrebbe anche essere una colossale sciocchezza. E che la questione potrebbe essere declinata in altri termini. Una spiegazione alternativa l'ha fornita non il "buonista" di turno, ma Enrico Credendino, Ammiraglio di Divisione e Comandante della missione EUNAVFOR MED – Operazione SOPHIA. In pratica, la massima autorità sull'argomento. Ecco, in una audizione parlamentare, Credendino smonta in poche parole la questione pull factor / partenze assistite legata alla presenza delle navi delle missioni internazionali

I migranti non partono certamente perché ci sono le navi in mare, ma partono perché ci sono i push factor, i fattori che li spingono a partire (le guerre, il terrorismo, la mancanza di acqua e cibo). Anche senza SOPHIA i migranti partirebbero comunque, la prova è che quando c'è stata l'interruzione di Mare Nostrum, che era accusata di essere un fattore di attrazione, prima che si attivasse Mare Sicuro sono passati alcuni mesi, durante i quali il numero di migranti in mare è aumentato, non diminuito, mentre se Mare Nostrum se fosse stato un pull factor sarebbero diminuiti.

Possono cambiare le tattiche usate dagli scafisti, se ci sono navi che lavorano molto vicino alla costa, ma i migranti partirebbero comunque, fintanto che non si risolvono le cause che originano la migrazione, fintanto che non si va nei Paesi di origine, cosa che l'Unione europea ha iniziato a fare.

Credendino non vuole (non può) commentare la questione ONG, ma dice comunque delle cose molto interessanti sul ruolo che esse svolgono al momento

Noi abbiamo fatto soltanto l'11,8 per cento del totale dei soccorsi, quindi un numero tutto sommato basso; 34.000 persone sono tante, sono un grande paese, ma è l'11 per cento del totale, perché il SAR (Search & Rescue) non è nel nostro mandato: le navi vengono impiegate per combattere gli scafisti, non per fare i soccorsi, anche se eventualmente non ci tiriamo indietro, ma altre organizzazioni soccorrono i migranti, quindi non siamo noi il pull factor.

Insomma, è possibile ipotizzare che le ONG facciano quello che la missione internazionale non può fare, ovvero la search and rescue, stante il fatto che le partenze non si arresterebbero comunque? Marco Bertotti di Msf , del resto, ci spiegava che "le operazioni le svolgiamo in acque internazionali, non andiamo a prendere i migranti in Libia. Ci posizioniamo nelle zone dove avvengono statisticamente i naufragi, e cioè a 15, 20, 25 miglia dalle coste libiche. Noi andiamo dove c'è bisogno". E dove le navi di EUNAVOR – MED non ci sono, aggiungiamo noi.

Le parole del procuratore Zuccaro e il caso ONG.

Cominciamo col dire che il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro non ha grande “fortuna” con i mezzi di informazione. O meglio, che le sue parole, data anche la complessità del fenomeno, sono state usate in modi piuttosto diversi a seconda delle tesi che si intendeva rafforzare o confutare. Zuccaro in una audizione del 22 marzo al Comitato Schengen affrontava la questione delle ONG e dava sostanzialmente il via alla caciara di queste settimane. “Abbiamo osservato, con dati anche messi a disposizione da Frontex un aumento di piccole Ong che sono impegnate nel salvataggio di migranti con alle spalle ingenti capitali”, argomentava Zuccaro, aggiungendo che la procura di Catania aveva intenzione di “capire chi ci sia dietro e che cosa nasconda questo fenomeno”, ma che per il momento non c’erano “elementi per aprire un fascicolo, soltanto per proseguire la nostra analisi”. Il procuratore precisava di non riferirsi alle ONG “storiche”, ma “a nuove e piccole ONG”, la cui proliferazione destava più di qualche preoccupazione, anche in relazione alla provenienza dei capitali a loro disposizione. Anche Credendino, capo della missione "ufficiale", riferiva di aver notato "dal giugno dell'anno scorso un numero maggiore di ONG che lavorano in area e che è sempre più attivo" pur aggiungendo che "non hanno mai intralciato direttamente la mia operazione e anzi noi dobbiamo lavorare tutti insieme, coordinarci in mare, perché poi in mare la situazione è molto complessa".

Il procuratore Zuccaro esprimeva anche un altro parere, asserendo che la presenza delle Ong rappresentava una sorta di “scacco all’attività di contrasto degli organizzatori del traffico di migranti”. Questo si verificherebbe dal momento che, durante il primo soccorso effettuato dalle ONG, eventuali scafisti o facilitatori, avrebbero il tempo di “confondersi” fra gli altri migranti. Allo stesso modo, gli attivisti delle ONG procederebbero a istruire i migranti circa le procedure di identificazione / richiesta di protezione internazionale, e dirigerebbero sempre e comunque verso l’Italia le persone tratte in salvo.

Al momento si tratta di ipotesi, cui si aggiungono indiscrezioni circa intercettazioni di alcune telefonate fra scafisti e ONG o veri e propri appuntamenti in mare aperto (La Stampa addirittura ipotizzava che gli scafisti scortassero i barconi a bordo di moto d'acqua fino alle navi delle ONG). Non ci sono indagati, né ipotesi di reato, ma solo una precisa "idea" su cui lavora la procura di Catania, ovvero cercare le prove dei contatti tra ONG e scafisti. Un teorema, insomma, cui si aggiungono le dichiarazioni di Zuccaro, non sempre felicissime, per la verità, tipo paragonare migliaia di disperati sulle coste della Libia allo "sbarco in Normandia".

Il procuratore di Catania, in una recente intervista ad Agorà, è andato addirittura oltre, arrivando a un passo dal piano Kalergi: "A mio avviso alcune ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante. Si perseguono da parte di alcune ong finalità diverse: destabilizzare l'economia italiana per trarne dei vantaggi".

Di certo c'è una sola cosa, che risponde anche alla domanda sulla "destinazione" finale dei migranti: tutte le ONG operano in coordinamento con Frontex.

Lo spiegava Sophie Beau, vice presidente International Network di Sos Mediterranee precisando che "il 100% delle operazioni della ONG sono coordinate dal Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma (IMRCC)", che stabilisce "quando e come è possibile rispondere a una richiesta d'aiuto e il porto dove avverrà lo sbarco.

Riepilogando, insomma, le ONG si occupano della SAR, della ricerca e del salvataggio dei migranti, facendo ciò che le navi della missione internazionale non possono più fare; agiscono tra le 20 e le 12 miglia dalle coste libiche, intercettando barconi e gommoni in partenza dalla Libia (con o senza "segnalazione" da parte del centro di Roma o di SOS satellitari); in caso di avvistamento agiscono in coordinamento con le autorità cui "consegnano" letteralmente i migranti (i problemi nascono anche in questa fase, dal momento che non sempre è semplicissimo gestire le operazioni di trasbordo, che spesso avvengono in condizioni di mare mosso e con imbarcazioni non adatte alla fase di affiancamento / soccorso con le motovedette e gli altri mezzi impiegati da Guardia Costiera, Marina ecc.).

E, dato che tutti sono concordi nel dire che il "problema" non sono le ONG che operano da anni nel Mediterraneo e che hanno una storia consolidata e finanziamenti trasparenti, il tutto si riduce alle "indagini" su 4 / 5 organizzazioni (8 natanti, secondo alcune ricostruzioni), il cui comportamento criminoso è ancora da accertare.

Perché si continua a morire in mare?

Questo punto merita una ulteriore considerazione, perché è strumentalmente tirato in ballo ogni volta che qualcuno si azzarda a difendere l'operato delle ONG. "Perché difendete un sistema che ha determinato l'aumento delle morti in mare?", è la domanda più frequente. E la risposta è semplice: perché le morti dipendono da altri fattori.

Frontex ha spiegato in sintesi alcune delle motivazioni

  • Primo, spiega l'agenzia, "l'area di ricerca e salvataggio è cambiata: mentre nel 2011 le barche che trasportavano i migranti arrivavano fino a Lampedusa e nel 2014 i salvataggi avvenivano a metà strada fra la Libia e l'Italia, nel 2016 e 2017 l'area di ricerca e salvataggio si è spostata al limite delle acque territoriali libiche".
  • Secondo, "il numero di persone che viaggiano a bordo dei gommoni è aumentato: da circa 90 in media nel 2014 per imbarcazioni di 10 metri, nel 2016 e 2017 sono circa 170".
  • Terzo, "la qualità dei materiali di cui sono fatte queste barche è drammaticamente peggiorata negli ultimi due anni, la gomma è più sottile e costituita da una sola camera d'aria".
  • Quarto, "mentre nel 2014 la quantità di combustibile era sufficiente per fare lunghi percorsi, ora basta appena a lasciare le acque territoriali libiche. Lo stesso vale per l'acqua da bere e il cibo".
  • Quinto, "inoltre, recentemente abbiamo notato che i trafficanti tolgono i motori dalle barche quando vedono una nave di soccorritori nei paraggi, lasciando i gommoni pieni di gente alla deriva e in pericolo, per riutilizzare il motore per un altro viaggio".

Quando si parla della questione bisognerebbe provare a immaginarsi, proprio a visualizzare, cosa sta accadendo sulle coste della Libia in questi mesi. Con la distruzione di gran parte dei barconi / natanti usati per i viaggi, il giro di vite nei confronti degli scafisti, il contrasto serrato alle attività criminali, i trafficanti hanno cambiato approccio in modo sostanziale. Vengono usati gommoni acquistati online e assemblati alla buona, con motori di scarsissima potenza; viene affidata la "guida" a uno dei migranti, magari con uno sconto sul costo del viaggio; le imbarcazioni vengono stipate fino all'inverosimile, lasciando solo un po' di spazio per le taniche di benzina; il "driver" deve costantemente riempire il serbatoio, spesso la benzina scivola nel gommone e reagisce con l'acqua di mare, ustionando la pelle dei migranti (sono molti i casi registrati dalla Guardia Costiera); il tratto di mare da percorrere per avere "la speranza" di essere intercettati dalle ONG o dalle navi di Frontex non è affatto breve, soprattutto con natanti di questo tipo, e l'area da monitorare è ampia; i trafficanti non si fanno scrupoli di mandare al largo i gommoni anche in condizioni meteorologiche proibitive; le dotazioni di sicurezza sono inesistenti e la tragedia può avvenire da un momento all'altro, anche durante le operazioni di affiancamento e di recupero.

Ecco, questo sarebbe il servizio taxi.