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18:30

Collective Intelligentsia

Unire le nostre intelligenze per vincere la crisi. Lo abbiamo fatto in passato possiamo farlo ora.

Collective Intelligentsia.

photo by perpetualplum

«Un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze».

Nel mio post terra chiama umani avevo accennato ad una soluzione globale basata sull’intelligenza collettiva. Unire i nostri cervelli per creare una strategia o una ri-evoluzione basata sul contributo globale equo e collaborativo degli individui. Non una democrazia dal basso, bensì una democrazia comune.

Ma cos’è l’intelligenza collettiva? Può realmente essere una soluzione?

L’Intelligence collective. Pour une anthropologie du cyberespace, così intitolava Pierre Levy nel 1994 il suo libro sull’intelligenza collettiva. Descriveva un futuro, oramai presente, in cui il sapere veniva alimentato e condiviso grazie alla velocità, all’accessibilità ed alla globalità delle reti informatiche. Nell’intelligenza collettiva veniva teorizzato anche un rinnovamento del legame sociale, fondato sulla condivisione del sapere.

«Un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze».

Il pensiero su Internet, si è quindi sviluppato in maniera collettiva e grazie allo sviluppo delle tecnologie digitali, siamo stati in grado di organizzare più o meno bene i saperi individuali in una struttura collettiva. Due persone distanti possono sapere cose complementari, grazie alla tecnologia possiamo scambiare il nostro sapere e cooperare.

Questa è la vera innovazione/rivoluzione avvenuta con il WEB. La tecnologia può fare in modo che un grande quantitativo di intelligenze possa scegliere di condividere e collaborare lavorando all’unisono. Vi sono vari esempi di intelligenza collettiva e se dovessimo proporre uno showrell al mondo sicuramente avremmo opere di cui essere orgogliosi. Primo su tutti il sistema operativo Linux, nato nel 1991 e disponibile gratuitamente, riconosciuto oggi come un sistema operativo affidabile e potente e che gira su un quarto dei server del mondo. Questo sistema operativo open source si è sviluppato grazie al lavoro volontario di programmatori sparsi per tutto il mondo, organizzatisi attraverso la rete in veri e propri gruppi di lavoro virtuali (Linux User Groups) che, sfruttando gli strumenti del social networking, hanno messo in comune gli sforzi per sviluppare le funzionalità del sistema operativo. In seconda slide Arduino, il microprocessore in vendita online creato da Massimo Banzi, che rappresenta la versione italiana all’hardware open source: si può utilizzare, modificare e vendere pubblicando in rete gli schemi elettronici, le attività di ricerca e di sviluppo e le altre specifiche di prodotto. Come nella migliore tradizione Creative Commons l’unico limite, se lo vogliamo vedere così, è che tutte le evoluzioni derivate devono riportare obbligatoriamente, se pubblicate in rete, il marchio Arduino e adottare la stessa licenza Creative Commons utilizzata per il software originale. Un altro esempio è Wikipedia, la famosissima enciclopedia ad uso gratuito accessibile dal web, elaborata da una moltitudine di volontari, che utilizzano un software chiamato wiki (in hawaiano, “veloce”) per redigerne gli articoli a più mani. Il numero di partecipanti è la variabile fondamentale per ottenere degli ottimi risultati: un numero sufficientemente alto garantisce un alto livello di attenzione che mette al riparo da errori, omissioni, atti di vandalismo o sabotaggio. Purtroppo ultimamente Wikipedia, come esempio per il nostro showreel, non ha brillato moltissimo, attirando su di sé opinioni discordanti e critiche di operato. Non è nuova la voce che si era mobilitata in rete aizzando le critiche sull’autorevolezza di alcune voci presenti nell’enciclopedia libera.

Arduino LED Module — photo by LenP17

Ma si sa che in un ambiente libero molte cose possono non andare per il verso giusto, la potenzialità di Wikipedia è garantita da un meccanismo di condivisione e consenso (ossia su un’ampia condivisione da parte degli utenti, si tratta appunto di intelligenza collettiva) che dovrebbe garantire un prodotto finale mediamente buono. È indicativo anche il fatto che alcuni errori di conoscenza e di informazioni a volte vengono enfatizzati nel nostro Paese. Un esempio lampante è la nostra volontà ad aizzare masse di slogan nei canali più tradizionali parlando dei talenti italiani che vanno all’estero, del pensiero positivo sul fatto che l’Italia ha un talento intrinseco ed un potenziale umano incredibile (ed è vero) dell’avere un’informazione libera, ma se cercate la voce “Funambol” in Italia, rispetto ad altre Wikpedia nel mondo, vi usciranno informazioni ben diverse.

Per chi non lo sapesse Funambol è una società creata da un vero talento Italiano di nome Fabrizio Capobianco, che quando, a 23 anni, gli dissero che per un giovane che parlava di Internet non era previsto futuro, decise di andare negli Stati Uniti a fondare la sua start-up. Funambol portò il concetto del Cloud negli USA ben prima del genio di Steve Jobs. Com’è possibile quindi che alla pagina italiana di Wikipedia alla voce Funambol risulta: “Forse stai cercando funamboli?” ed in quella USA invece: “Funambol is an American corporation that earns revenue from its dual-licensing business modelthat includes commercial software and free open source mobile data synchronization software based on the Funambol core project”.

Il demerito è di Wikipedia o del fatto che i volontari scarseggiano? L’intelligenza collettiva in questo caso è il lampante e matematico numero 1:10:89  ovvero su base 100 persone, 1 “crea il contenuto”, 10 persone interagiscono e 89 si limitano a leggere quel che hanno creato gli altri; nel caso invece delle comunità online vive ancora l’assioma numerico evidenziato da Nielsen 90-9-1 rule: su 100 visitatori, 90 si limitano a leggere, 9 contribuiscono raramente e 1 partecipa.

La volontà è quindi alla base della logica del buon funzionamento di un’intelligenza collettiva e libera come Wikipedia?

L’ostacolo più grande è rappresentato da una cultura che non incoraggia certo la condivisione, ma che spinge ad essere protettivi e guardinghi.

L’intelligenza collettiva comporta una democratizzazione della conoscenza al di fuori delle classiche strutture gerarchiche, tipiche di una più tradizionale organizzazione accademica del sapere e soprattutto l’intelligenza collettiva non conosce crisi di attenzione e può dispiegare il suo potenziale solo quando gli individui possono disporre di un sistema efficiente e poco costoso per coordinarsi tra loro. La condivisione di conoscenze e strumenti può apportare un grande cambiamento di mentalità generazionale nella direzione dello sviluppo di qualche tipo di intelligenza collettiva legata al sistema di diritto flessibile di Creative Commons.  

Le Creative Commons sono utilizzabili liberamente e gratuitamente, un modo semplice e chiaro per segnalare che la riproduzione, diffusione e circolazione della propria opera è esplicitamente permessa. Le Creative Commons mirano a definire un più flessibile spettro delle licenze nel  rispetto degli sviluppatori e degli utenti finali. Lo stesso progetto di Fabrizio Capobianco le utilizza grazie al suo sistema open source che ne incoraggia lo sviluppo e l’aggiornamento continuo.

Lo stesso codice utilizzato per realizzare questa pagina è basato sull’open source. Personalmente ho sempre seguito ed ammirato la filosofia open e molti miei progetti digitali e creazioni operano sotto Creative Commons. Sul portale Needful-Things abbiamo recentemente pubblicato un’intervista a David Revoy, noto illustratore digitale, concept-artist e art-director francese, famosissimo per due motivi: il primo indubbiamente la sua arte, il secondo il suo approccio open source al lavoro creativo. Revoy progetta su piattaforma Linux Mint ed al posto di utilizzare software come il noto Photoshop, opta per programmi liberi e gratuiti come:  Gimp-Painter 2.6, Krita 2.4 e Mypaint 1.0. 

L’intelligenza collettiva ed un nuovo modo di approcciare potranno fare la differenza?

Sicuramente è uno dei tentativi sul quale dobbiamo investire, il futuro non si presenta roseo, tengo a dire che sono un idealista e non un catastrofista, ma è inevitabile non notare la lenta estinzione che ci stiamo auto causando. Necessitiamo di un cambio filosofico e di approccio agli altri ed ai problemi.

Formare una società che abbia degli individui, che definisca chi siamo e che sia aperta al confronto ed al reciproco arricchimento. Il nostro showreel sarà allora in primis utile e socialmente pro-attivo.

Come soluzione possiamo comunque puntare su qualcosa di più easy. Ragazzi sul 5 c’è la versione aberrante prevista da Orwell.

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