Marco D’Amore, l’attore che interpreta Ciro Di Marzio, ha paragonato il suo personaggio ad un Jago contemporaneo: tesse una ragnatela di falsi indizi in cui tutti rimangono imprigionati, persino chi l’ha intrecciata.

Non è la prima volta che si comparano le vicende interne ad una famiglia camorristica con gli stilemi della tragedia. Già nel 2001 Antonio Capuano, in “Luna rossa”, ripropose, raccontando la storia dei Cammarano (camorristi divenuti potenti grazie alla droga, alla violenza e alla compattezza familiare), l’Orestea di Eschilo in chiave contemporanea.

Dalla tragedia greca alla tragedia shakespeariana il climax rimane pressoché identico: uno dei protagonisti agisce forzando il contesto e ignorando i tabu che consentono il mantenimento dell’ordine prestabilito.

Un topos simile è anche alla base della Sceneggiata nella quale il Di Marzio è quello che si sarebbe chiamato “l’omme ‘e mmerda” (corrispondente al numero settantuno della smorfia napoletana).

Chi è Ciro? Seguendo il modello narrativo mediterraneo potremmo definirlo un ragazzo di strada che ha lasciato il precariato dell’arte di arrangiarsi per approdare nel circuito di sicurezza sociale e garanzie economiche della criminalità organizzata.

Se proviamo, invece, a calibrare il personaggio all’interno della cinematografia nordamericana ci troviamo di fronte a un self made man che si muove cinicamente all’interno dello spietato ambiente capitalistico: la lotta tra clan è la simulazione del conflitto tra cartelli economici avversari.

Sin dall’inizio, infatti, è chiaro che il controllo della narcoeconomia (così come l’industria nel capitalismo occidentale) è il fine ultimo di una guerra la cui brutalità è confrontabile solo alle scalate azionarie di Wall street.

Appena sale in scena, Ciro sembra uno dei tanti soldati del clan. Vive il ruolo criminale (come tutti gli altri suoi pari) come un impiegato di una multinazionale che vende prodotti molto richiesti sul mercato nonostante siano dannosi per la salute (Quante multinazionali “pulite” si comportano allo stesso modo?).

Manifesta, tuttavia, un’intraprendente e pericolosa autonomia di pensiero. Il suo unico freno è Attilio che gli ricorda costantemente il rispetto delle regole: la camorra è soprattutto una questione di gerarchia; sopra il boss e la famiglia di sangue, sotto gli affiliati con diverse mansioni a seconda della fiducia concessa dal capo. Una distribuzione degli incarichi del tutto simile alle grandi società del capitalismo industriale.

La morte di Attilio apre il vaso di Pandora. Ciro perde la figura paterna (come lui stesso sottolinea in una dialogo con Jenny), ovvero l’unica autorità in grado di contenere l’arrivismo giovanilistico all’interno di un sistema di regole non scritte ma accettato dalla comunità che condivide lo stesso spazio residenziale. La vecchia mentalità della legge del vicolo (rispetto e onore) scompare esaltando la sfida dell’individualismo criminale.

Da questo momento in poi, Ciro, avendo perso la bussola, si comporta come un ago impazzito alla ricerca di un fantomatico Nord: si sottomette a don Pietro e contemporaneamente lo vende alla polizia; si comporta da fratello maggiore con il figlio del boss ma vuole sostituirlo nella guida del clan; è attratto dalla moglie del capo ma quando diventa un ostacolo la elimina; apparentemente combatte contro gli avversari in campo ma segretamente si allea con loro; dice agli affiliati più anziani di restare uniti e prepara la scissione; affascina il meccanico adolescente con il denaro facile e lo incastra ammazzandogli la fidanzatina; ama la moglie e la figlia ma le trascina in un vortice di sangue.

Potrei proseguire ma ormai è evidente: Ciro rappresenta lo Yin e lo Yang, il bianco e il nero, il chiaro e lo scuro, la luce e le tenebre sempre pronti a scambiarsi di posto in una confusione senza fine. Agisce come una variabile incontrollata in un universo governato da leggi naturali. Ha una doppia faccia: si presenta cortese, sorridente e remissivo, ma, appena volta le spalle, cerca il modo di fotterti.

Un traditore congenito, un infame, una serpe cresciuta in seno. Con le sue spire avvolge le persone che incontra, le ammalia con i suoi occhi arguti e infine sferra il morso velenoso. Pare il serpente dell’Eden biblico, il demonio più demonio dei diavoli nell’inferno di Gomorra.

Non a caso l’unica che si rende conto del suo essere viscido è la (Ma)donna Imma, protettrice della famiglia. Questa volta, però, il gioco delle parti è invertito: non sarà lei a schiacciare la testa al malefico rettile ma lui ad iniettarle la letale tossina.

Il soprannome di Immortale, perciò, più che fare riferimento alla saga di Highlander – (“Ne rimarrà solo uno”), se così fosse la fine della serie sarebbe scontata – si riferisce ad un’idea difficile da digerire ma reale: il male non muore mai.

Ciro, insomma, è il degno protagonista di una storia senza un briciolo di speranza.