In Siria, i Caschi bianchi invece di imbracciare le armi hanno scelto di salvare vite umane. Panettieri, sarti, ingegneri, farmacisti, falegnami, studenti, professori e altri ancora compongono questo piccolo “esercito” di quasi 3.000 volontari. I loro turni di lavoro sono massacranti come gli effetti dei bombardamenti sulla popolazione civile che, da oltre cinque anni, sta soffrendo questa crudele guerra. Il più delle volte sono costretti a scavare a mani nude tra le macerie per estrarre le vittime dei raid aerei che colpiscono Aleppo e le altre città siriane.

Non sanno dove le bombe di Damasco o dell’aviazione russa colpiranno; per questo alcuni di loro stanno sempre vigili, scrutando continuamente il cielo. Quando avvistano un jet o un elicottero dell’aviazione siriana, cominciano a prepararsi. Indossano i loro caschi bianchi e partono a bordo dei camion per arrivare il prima possibile e soccorrere i superstiti dei bombardamenti. Hanno pagato un prezzo molto alto: 141 Caschi bianchi sono morti mentre cercavano di salvare delle vite. Come Khaled Omar Harrah, ucciso nell’agosto scorso in un attacco aereo. Khaled era soprannominato “l’eroe di Aleppo” per aver salvato nel giugno 2014 un bambino intrappolato in un edificio distrutto da un bombardamento. “I siriani vengono uccisi ogni giorno con una grande varietà di bombe, però quelle più mortifere sono le Barrel bombs (i barili bomba sganciati dagli elicotteri di Damasco) perché colpiscono indiscriminatamente”, ha dichiarato Raed Al Saleh, a capo dell’associazione.

Quando estraggono una persona dalle macerie non fanno distinzioni, seguendo i principi di “umanità, solidarietà, imparzialità” delineati dall’Organizzazione internazionale della Protezione civile. Come ha affermato Abed, un volontario: “Quando salvo una vita, non mi interessa sapere se è un amico o un nemico. Quello che mi preoccupa è un’anima che sta per morire”. Nonostante siano sotto continuo attacco dei bombardieri di Assad, i Caschi bianchi hanno estratto anche i corpi dei soldati di Damasco, sfidando molte volte il fuoco dei cecchini ribelli.

Hanno deciso di non schierarsi né con l’esercito regolare né con le fazioni armate dei ribelli, come racconta ad Al Jazeera, Abd al Qader, mentre guida il camion dei Caschi bianchi tra le strade di Aleppo ridotte ad un cumulo di detriti. “Le mie armi sono il mio casco, la pala e le attrezzature mediche”, ribadisce Shahoud, un ex commesso di 31 anni finito a dirigere una squadra di volontari.

Questo corpo di protezione civile – nato nel 2013 con il finanziamento di vari governi occidentali – all’inizio era formato esclusivamente da uomini. Successivamente due donne si sono unite al gruppo e adesso sono 78 le volontarie che si occupano dell’assistenza sanitaria e delle prime cure mediche. In alcuni casi, rappresentano l'unica speranza per le vittime intrappolate sotto le macerie. Per quanto assurdo possa sembrare ai nostri occhi, una cultura patriarcale e tradizionalista impedisce agli uomini di salvare ragazze e donne e così, la presenza di queste volontarie, è stata fondamentale per estrarre con vita le superstiti dei raid aerei che quotidianamente insanguinano la Siria.

Il loro lavoro non si esaurisce solo con il salvataggio dei civili rimasti intrappolati sotto le macerie: i Caschi bianchi sono la più grande organizzazione della società civile ad operare nelle aree al di fuori del controllo del governo. Si occupano della fornitura dei servizi pubblici a quasi sette milioni di persone, come ripristinare le linee elettriche, informare i bambini sui pericoli dei bombardamenti o mettere in sicurezza gli edifici danneggiati.

I Caschi bianchi hanno vinto quest’anno il Right Livelihood Award (conosciuto anche come il premio Nobel alternativo) “per il coraggio eccezionale, la compassione e l’impegno umanitario a salvare i civili”. Il gruppo è anche candidato al premio Nobel per la Pace 2016. Il regista Orlando von Einsiedel ha diretto “White Helmets”, il documentario che racconta la storia di tre Caschi bianchi, distribuito da Netflix.

E quando la barbarie in Siria sembra non conoscere limite – dal 23 settembre secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) i combattimenti ad Aleppo est hanno ucciso 338 persone, tra cui 106 bambini – la presenza di questi volontari rappresenta per i tanti siriani costretti a vivere sotto le bombe l’unica speranza di essere salvati.