Utilizzare il termine "vivisezione" riferendosi così in maniera dispregiativa alla sperimentazione animale è considerato diffamazione. La settimana scorsa la Corte di Cassazione ha condannato con la sentenza n. 14694 del 19 Luglio 2016 la promotrice di un sito internet contro la sperimentazione sugli animali che aveva utilizzato "vivisettori" per definire i ricercatori di un istituto in cui viene utilizzata quella pratica per gli esperimenti scientifici. La Corte, pur prendendo atto che i termini ‘vivisezione' e ‘sperimentazione animale' nella ricerca di nuovi farmaci e di nuove terapie nel linguaggio corrente sono ormai usati come sinonimi, ha condannato la responsabile per aver utilizzato le parole in questione per connotare negativamente dal punto di vista etico l’attività di ricerca. Per i giudici, l'uso esclusivo di questi termini non incideva sulla verità dei fatti, ma sulla continenza del messaggio "per la forte suggestione negativa che esercita".

Dario Parazzoli, vicepresidente di Pro-Test Italia, associazione di studenti e ricercatori che ha come fine la tutela della ricerca biomedica italiana, ha spiegato all'AdnKronos che nella sentenza il giudice "comprende l'utilizzo di vivisezione come sinonimo di ricerca sugli animali ma non più come insulto rivolto a persone che fanno il loro lavoro".

Accostare la ricerca scientifica in toto alla vivisezione è secondo Pro-Test Italia "niente di più lontano dalla realtà. Negli ultimi decenni, anche per la deprecabile pratica di dare più voce a chi polemizza e urla rispetto a chi costruisce e lavora, è entrato nel lessico del mondo dell'informazione e della società questo termine intrinsecamente dispregiativo, con tutte le sue derivazioni come vivisettore, per indicare chi lavora per la ricerca e che di fatto impiega la sua vita nella ricerca di cure di malattie gravi come la Sla, l'Alzheimer e migliaia di malattie rare". Secondo l'associazione, ciò che non si dice è che "la sperimentazione animale è un male necessario per la scoperta di nuovi farmaci efficaci ma anche sicuri. E che quasi il 90% delle cavie usate in laboratorio è formata da topi, mentre i cani sono lo 0,10% e le scimmie lo 0,06%. Inoltre la legge italiana è la più restrittiva nel tutelare il benessere animale. Il problema, forse, è che il mondo della scienza è rimasto in silenzio per troppo tempo e non ha spiegato le sue ragioni. Bisogna dire con chiarezza che le alternative di cui si parla al momento non sono realtà, e che per trovare nuove cure occorre il passaggio sugli animali. Sottovalutare questo, o non citarlo quando si descrivono nuove scoperte, può forse indurre a sottovalutare i trial sull'animale".