Sulla morte di Stefano Cucchi non sono state fornite "spiegazioni esaustive e convincenti”. E’ quanto si legge nella sentenza depositata oggi dalla quinta sezione penale della Cassazione, che fornisce le motivazioni ufficiali che lo scorso 15 dicembre ha portato ad annullare l'assoluzione di cinque medici dell'ospedale Pertini, quello dove era stato ricoverato il geometra romano fermato per droga e deceduto dopo una settimana. In quell’occasione la Suprema Corte ha decise di confermare l'assoluzione di tre agenti della penitenziaria e di disporre un processo d'appello bis nei confronti di 5 specialisti del nosocomio capitolino coinvolti nel caso Cucchi: il primario Aldo Fierro, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo.

Perché i medici dovranno affrontare un nuovo processo

In particolare, i giudici della Cassazione evidenziano che i medici del Pertini avevano una "posizione di garanzia" a tutela della salute di Stefano Cucchi e il loro primo dovere era diagnosticare "con precisione" la sua patologia anche in presenza di una "situazione complessa che non può giustificare l'inerzia del sanitario o il suo errore diagnostico". A questo punto, nel nuovo processo dovrà stabilire se vi siano state condotte omissive da parte dei medici per impedire il decesso del ragazzo. Più nello specifico, si legge nelle motivazioni della Cassazione, dovrà essere chiarita "la concreata organizzazione della struttura, con particolare riguardo ai ruoli, alle sfere di competenza e ai poteri-doveri dei medici coinvolti nella vicenda". "Senza dimenticare – prosegue la sentenza dei giudici di piazza Cavour – che il medico che, all'interno di una struttura di tal genere, riveste funzioni apicali è titolare di un pregnante obbligo di garanzia ed è, pertanto, tenuto a garantire la correttezza delle diagnosi effettuate e delle terapie praticate ai pazienti".

Le testimonianze di chi vide Cucchi in Tribunale

La Suprema Corte riporta poi le dichiarazioni di due assistenti della polizia penitenziaria, che si occuparono di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, e di un'infermiera del Pertini, "i quali tutti hanno riferito – si legge nella sentenza – di avere appreso da Cucchi di essere stato picchiato dai Carabinieri". I giudici della Cassazione riportano anche la  testimonianza di una donna, che, nelle celle occupate dagli arrestati in attesa di partecipare all'udienza di convalida, avrebbe parlato con Cucchi, sottolineando che il giovane  presentava lividi sul viso, dal quale aveva appreso di essere stato picchiato dagli ‘agenti che lo avevano arrestato'". Ma ci sarebbero anche le testimonianze di alcuni carabinieri che entrarono in contatto con Stefano prima che fosse trasferito in tribunale: "tutti hanno concordemente riferito – si legge nella sentenza – che il ragazzo presentava sul volto dei segni (occhiaie, rossori, rigonfiamenti) compatibili con possibili percosse ricevute", come affermato "con disarmante sicurezza e semplicità" da uno dei testi (uno dei carabinieri della stazione Casilina, che portarono Cucchi dalla stazione di Tor Sapienza in tribunale) che disse "era chiaro che era stato menato".

La Cassazione accusa anche i giudici di merito

Ma la Cassazione punta il dito anche contro i giudici di merito per "avere giustificato l'impossibilità di giungere ad una decisione in termini di responsabilità, anche per l'assenza di precise ‘linee guida' nel trattamento della sindrome da inanizione per la complessità e oscurità e atipicità delle condizioni di salute di Cucchi". Le linee guida, infatti, osserva la Suprema Corte "non eliminano l'autonomia del medico nelle scelte terapeutiche, giacché questi è sempre tenuto a prescegliere la migliore soluzione curativa, considerando le circostanze peculiari che caratterizzano il caso concreto e la specifica situazione del paziente, nel rispetto della volontà di quest'ultimo, al di là delle regole cristallizzate nei protocolli medici".

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