C’è fermento nel settore bancario europeo, con la Spagna che sembra voler accelerare la dismissione delle partecipazioni bancarie detenute dal fondo di salvataggio Fondo de Reestructuración Ordenada Bancaria (Frob), che nel 2014 ottenne 41 miliardi di fondi Ue per procedere al salvataggio e ristrutturazione del settore creditizio iberico, a rischio collasso sotto i colpi della crisi immobiliare.

Oggi infatti il Frob ha suggerito a Bankia (nata nel 2011 dalla fusione di sette casse di risparmio ed aiutata nel 2014 con 22 miliardi di mezzi pubblici) e Banco Mare Nostrum (che ricevette 1,65 miliardi di aiuti e di cui lo stato spagnolo è tuttora socio al 65%) di fondersi, per poter così cedere la propria partecipazione nell’istituto che risulterà dall’integrazione delle due banche. Secondo gli advisor di Frob, infatti, da tale operazione il fondo otterrebbe 400 milioni di euro in più che non se cedesse la sola partecipazione in Banco Mare Nostrum (valutata 690 milioni).

Se in Spagna c’è fermento nel settore finanziario, in Italia si attende che si sblocchi l’empasse su Mps, il cui titolo resta sospeso dopo la fallita ricapitalizzazione “di mercato” tentata lo scorso dicembre e destinato a uscire la prossima settimana dal’indice Ftse delle 40 maggiori società quotata in borsa a Milano. Secondo la stampa, la soluzione sarebbe comunque ormai alle porte.

Il via libera di Bce e Commissione Ue al piano di rilancio e alla procedura di ricapitalizzazione preventiva proposti dalla banca senese e dal governo italiano sarebbe quasi cosa fatta e dovrebbe concretizzarsi in una concessione di un intervento pubblico attorno ai 5-6 miliardi, rispetto ai 6,6 miliardi che aveva inizialmente indicato la Banca centrale europea a fronte di una ricapitalizzazione complessiva di 8,8 miliardi, di cui 2,2 miliardi avrebbero rappresentato la parte di perdite da addossare agli investitori privati prima di poter avere accesso ai fondi pubblici.

Questa ripartizione degli oneri (“burden sharing”) sembra destinata a pesare oltre che sugli azionisti sui soli obbligazionisti investitori professionali, tramite la conversione forzosa in azioni delle emissioni obbligazionarie subordinate (su cui Mps aveva inutilmente provato a lanciare un’offerta di conversione volontaria parallela alla ricapitalizzazione di mercato).

Visto che al momento, col titolo “congelato” a 15,08 centesimi, Mps capitalizza 442 milioni, convertire circa 2 miliardi di bond significa di fatto decuplicare il capitale azionario, ma non è detto che questo significhi automaticamente azzerare il valore dei titoli azionari (come avvenuto in casi come quelli di BpVi o Veneto Banca, dove i titoli prima della ricapitalizzazione effettuata dal fondo Atlante avevano ancora prezzi teorici rivelatisi poi drammaticamente sopravvalutati), dato che tutto dipenderà dalle prospettive dell’istituto post-ricapitalizzazione e di conseguenza dal valore a cui il titolo Mps tornerà a trattare una volta riammesso in borsa.

Potranno comunque dormire sonni tranquilli i piccoli risparmiatori che hanno comprato i bond subordinati all’emissione direttamente da Mps (che nella stragrande maggioranza dei casi non avrebbe dovuto venderglieli a causa di profili di rischio inadeguati), grazie al meccanismo del ristoro delle perdite offerto dallo stato.  Bruxelles pare comunque pretendere garanzie circa il rigore dei criteri per l’accesso alla procedura di quei piccoli risparmiatori che i titoli li avessero comprati sul mercato secondario, per evitare che qualcuno che abbia comprato i bond nelle ultime settimane, quando trattavano ad una frazione del loro valore nominale, finisca con l’ottenere una plusvalenza più o meno elevata “pagata” direttamente dai contribuenti italiani.

Ultimo ma non trascurabile dettaglio: il via libera di Bruxelles si dice si condizionato ad un innalzamento degli esuberi dai 2.600 previsti a 5.000 (dopo che l’istituto ha già lasciato a casa 5 mila dipendenti negli scorsi anni), secondo l’intervento dello Stato potrà coprire futuri ammanchi di capitale, non perdite “già sostenute o prevedibili”. Ossia sarà coperta dall’intervento pubblico il rischio di ulteriori perdite che si manifestassero sui crediti deteriorati (Npl), che però andranno valutati accuratamente.

Quest’ultimo punto, ancor più delle prevedibili alzate di scudo dei sindacati sugli esuberi (o della richiesta di poter accedere a “scivoli” di varia natura per rendere l’esodo meno traumatico), è quello su cui si misurerà il successo dell’operazione e le prospettive di un rilancio più o meno rapido di Mps. Se la banca vorrà o dovrà cedere la gran parte delle sue decine di miliardi di Npl sul mercato in tempi brevi, come si pensava originariamente, dovrà alzare le coperture e procedere a nuove svalutazioni, visto che quel tipo di asset viene prezzato al momento tra il 15% e il 25%, come ha dimostrato al recente maxi-cartolarizzazione in due tranche di Unicredit.

Se viceversa vorrà e potrà attuare una strategia più simile a quella di Intesa Sanpaolo (che tuttavia dispone di un bilancio ben più solido e non è pressata da alcuna scadenza), decidendo di cedere, anche in più tranche, solo una parte degli Npl continuando a gestire e cercando anzi di recuperare almeno una parte degli stessi internamente, il valore degli Npl che resteranno in portafoglio potrebbe migliorare e riavvicinarsi, col tempo, a quel 30% a cui si era cercato di farli acquistare, per la parte mezzanina, al fondo Atlante. Il quale, visti anche i problemi che continuano a gravare su BpVi e Veneto Banca, si rivela alla fine per quello che è stato sin dall’inizio: un modo per prendere tempo scaricando parte del costo della crisi sulle banche “sane”, sperando che tutto filasse liscio.