Il calcio, come quasi tutti i giochi intelligenti, nasconde preziose metafore della vita. A parte il fuorigioco, essenza stessa del gioco, che impedisce a chi deve andare in gol di trovarsi in una posizione da “furbo”, cioè al di là della linea degli altri giocatori nel momento in cui gli viene fornito l'assist da un compagno, ci dà un'altro spunto a cui rifarci nella vita senza palla: attaccare gli spazi.

Attaccare gli spazi liberi è ciò che dovremmo fare per affermare le nostre identità, culturali, di pensiero, economiche, politiche….e nel caso, costruirne di nuove. E' in quegli spazi liberi attaccati intelligentemente che esplode la creatività di un calciatore. Allo stesso modo, nella società, ciò che non facciamo è proprio questo. Ci blocca la paura dell'ignoto, di uno spazio vuoto e lo attacchiamo non prima che qualcun altro l'abbia occupato verificandone la convenienza e facendolo diventare così terreno noto e sicuro. E' questa eccessiva prudenza che produce persone immobili e frustrate nelle loro aspirazioni, nelle loro aspettative, nei loro sogni. In Italia, specialmente, questo fenomeno impedisce la nascita e l'affermazione del nuovo in generale, determinando una sorta di calcificazione intellettuale, in particolare per quanto riguarda l'evoluzione culturale di massa. Prendiamo, ad esempio, il terreno della musica (ma potrei fare esempi in ogni campo: dall'arte, alla tecnologia, alla scienza, all'economia, ecc..).


La musica indie non ha presa di massa perché parla della vita reale, un immaginario che tendiamo a rifiutare
Esistono in Italia numerose band rock capaci di produrre testi e suoni che in qualsiasi altra parte del mondo, almeno occidentale, troverebbero posto nelle migliori classifiche ufficiali, avrebbero decine di migliaia di persone ad ascoltarle in concerto, si parlerebbe di loro come artisti a tutto tondo, in grado di interpretare il tempo che ci tocca vivere, rappresentando anche una notevole fonte di guadagno per produttori e promoters culturali, intelligenti e coraggiosi. In Italia, invece, questo gruppo di brillanti masnadieri capaci di percorrere strade, suoni, interpretazione del tempo, dei sentimenti, dello stare al mondo oggi, in modo nuovo, intelligente, originale, emotivamente coinvolgente e di “rottura”, sono invece emarginati in una importante, quanto sottostimata nicchia, di mercato e culturale, ignorata dai media e dalle dinamiche di diffusione della cultura (sebbene basti recarsi ad uno a caso dei loro concerti live per rendersi conto del rapporto che sono in grado di stabilire con chi li ascolta), salvo alcuni circoscritti casi diventati piccoli fenomeni di costume, affrontati con superficialità e snobismo. Vi è un piccolo esercito costituito, oltre che dai geniali e già relativamente affermati Verdena, Teatro degli Orrori e Ministri, anche da altri gruppi come Luci della Centrale Elettrica, Perturbazione, Zen Circus, Tre Allegri Ragazzi Morti, Massimo Volume, Nadàr Solo e tanti altri…

che si contrappone ad una potente quanto decadente armata composta dai bravissimi Vasco Rossi, Ligabue, Jovanotti, Ramazzotti, Pausini, ecc…ci siamo capiti…che ripropone da un decennio all'altro più o meno la stessa ricetta in grado di far cassa a ritmo costante presso la massa di anime deformate dalla tv e dalla cultura involutiva e sclerotizzata nel corso del ventennio berlusconiano, penetrato nelle cellule di ognuno di noi e ancora lontano dall'uscire. La rete, per fortuna, aiuta e aiuterà il nuovo a farsi spazio. Ma è interessante riflettere su come, anche in questo, emerga l'arretratezza del nostro paese e la sua incapacità a trasferire nella vita reale le grandi metafore racchiuse nell'immaginifico di ogni gioco. Una società, la nostra, capace di vivere la realtà solo attraverso la sua rappresentazione in termini di “fiction”. La musica indie rock non ha presa di massa perché parla della vita reale: un'immaginario che tendiamo a rifiutare, rifacendoci preferibilmente a quello della realtà edulcorata proposta dalla tv. Ligabue e Jovanotti parlano del sogno. Come il Grande Fratello. Qualcuno mi odierà per questa apparente profanazione, ma anche se non si è ancora capito, è della TV che sto parlando. Della fabbrica delle emozioni a basso costo che mette i più nella difficoltà di aprirsi a nuovi modi di ascoltare, percepire, sentire. Modi propri.
La televisione, attraverso cliché che ripropongono in loop immaginari conosciuti, crea un'oggettiva difficoltà ed esplorare immaginari nuovi, in genere stridenti con il concetto di rassicurazione emotiva. Del resto, l'arte dovrebbe essere turbamento, mettendoti di fronte a punti di vista nuovi e spiazzanti della realtà. L'architettura delle emozioni verso una rappresentazione artistica è invece oggi prevalentemente costruita dalla tv e dall'immaginario che viene creato intorno all'artista e alla sua opera. Un'operazione di marketing tesa, da un lato a offuscare la consapevolezza rispetto ad una scelta, dall'altro ad implementare gli incassi pubblicitari giocando sulla necessità delle persone di non essere turbate, perché la vita è già così dura…Nessuno vuole colpevolizzare gli appassionati di Vasco, ci mancherebbe. Il problema non sta tanto negli artisti “televisivi”, nelle “star”, quanto nel mezzo e nel suo uso politico, sociale e soprattutto economico.


L'architettura delle emozioni verso una rappresentazione artistica è oggi prevalentemente costruita dalla tv e dall'immaginario che viene creato intorno all'artista e alla sua opera
Tutte le buone intenzioni che entrano nella scatola magica vengono restituite deformate e sotto forma di menzogna, non tanto perché c'è qualcuno in particolare che racconti bugie (anche), ma quanto perché le condizioni fisiche, tecniche e sociali che regolano il mezzo fanno si che la percezione del contenuto arrivi allo spettatore dall'alto, assumendo le sembianze della verità assoluta, di qualcosa di insindacabile da cui si parte come riferimento per sviluppare nella vita reale qualsiasi tema.
Il famoso “l'ha detto la televisione” resta, anche nei più scafati, il principale punto di riferimento (unito al sistema autoreferenziale e strettamente collegato della carta stampata). Che si parli di informazione, di cultura o di altro, resta la voce più autorevole al di là della bocca da cui esce. E' per questo che il sistema televisivo non può essere solo riformato, ma va ripensato nel suo uso sociale e possibilmente spazzato via a favore della divulgazione capillare e tecnologicamente avanzatissima della rete. La recente migrazione dalla tv al web della trasmissione di Santoro, Servizio Pubblico, dimostra che è possibile. Si tratta di dare alla propria vita un andamento pro attivo e non più esclusivamente passivo come quello che propone la tv, consapevole dell'incapacità e impossibilità di reazione dei telespettatori/consumatori. Questo sistema finalizzato principalmente a veicolare pubblicità, alla lunga inibisce la nostra predisposizione a considerare “valido” e qualitativamente degno tutto ciò che non ammicca implicitamente o esplicitamente ad un immaginario televisivo, cioè inoppugnabile. Pasolini a questo proposito si era espresso in modo chiaro e illuminato come sempre.
La tv generalista, pubblica o privata, che dipende dalla politica o dal mercato svolge il ruolo di opinion maker presso i cittadini e seleziona notizie e programmi e modelli stabilendo a priori gusti, tendenze e necessità del pubblico. Tutto ciò viene poi riproposto come la realtà, come ciò che la gente davvero vuole. E in un meccanismo perverso anche alla gente ciò che guarda, sente, percepisce in tv e dalla tv, appare come la realtà. Allora, occorre attaccare gli spazi liberi per fare esplodere la nostra creatività: quelli dove circola soprattutto gente che non guarda la tv. E magari anche Vasco ci piacerà di più, come quando lo sentiamo ai concerti, consapevoli. Solo fuori dalla scatola magica si può essere veri. Nella bellezza del mondo reale, web compreso, dove sognare non è più frustrante, ma creativo.
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