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“Amo viaggiare”… ma cosa significa veramente questa affermazione?

Cos’è il viaggio per ciascuno di noi? Non esiste una risposta giusta o sbagliata. Con le nostre diverse interpretazioni possiamo solo trasmettere la passione per il nostro modo di viaggiare, che è caratteristica peculiare del nostro modo di essere. Ogni viaggio parla di noi: “dimmi come viaggi e ti dirò chi sei”. E il viaggio può diventare parte integrante di un qualsiasi processo educativo.

“Amo viaggiare”... ma cosa significa veramente questa affermazione?

Si sente spesso – e spesso a sproposito – un po’ ovunque, dai curriculum, ai profili sui social network, alle discussioni da bar, la frase “amo viaggiare”. “E grazie!”, mi vien da dire. Dove sono le persone che non amano viaggiare? Certo esistono, qualcuna la conosco anch’io, ma possiamo sicuramente affermare che stiamo parlando di una ridottissima porzione della popolazione.

Ma per tutti gli altri, cosa significa la frase “amo viaggiare”? Se ci addentriamo scopriamo che sono infinite le poliedricità nascoste dietro queste due semplici parole e soprattutto, scopriamo quanti significati, il più delle volte contrastanti e talvolta incompatibili si nascondono.

Il viaggio è movimento, scoperta, andare, incontrare, conoscere, assaporare la vita e la realtà del posto, la gente, le abitudini, e questo si può fare solo fuori da circuiti preconfezionati e idee preformate dai viaggi di altri.

Ogni viaggio è diverso, identifica se stessi in tante sfaccettature, racconta di sè, della propria vita, delle scelte più o meno importanti. Sono fortunata ad avere un marito con il quale ho modellato nel tempo il nostro modo di viaggiare. I diversi viaggi personali, che sono diventati di coppia prima, e di famiglia poi, sono innanzitutto caratterizzati da due elementi fondamentali: il piacere del tempo così impiegato e la famiglia come piena realizzazione di noi. Senza chiaramente voler nulla togliere ai viaggi di lavoro e a quelli fatti per mille altri motivi senza la famiglia… sono un’altra cosa dal vero piacere del viaggio.

Qual modo migliore per aprire la mente e allargare i propri orizzonti? Cosa c’è di più educativo di un viaggio per bambini, giovani e ragazzi? Un viaggiare che è prima di tutto mentale, per svuotarsi da ogni preconcetto e pregiudizio. Inteso come conoscenza e informazione, senza mai giudizio di alcun genere, ma con la consapevolezza che ogni cultura, ogni incontro casuale ti lascia un po' di sè, sgretolando le tue certezze e tu lasci un po' di te, facendo altrettanto, verso il tuo interlocutore.

Per un bambino prendere atto del fatto che quello che per noi sono ovvietà non lo sono per altri e che quello che per noi è ricchezza, per un altro è povertà, è un esercizio mentale che instilla, radicandola, una capacità di andare verso l’altro che non lo abbandonerà mai nella vita. Risolvere un problema, trovarsi in una situazione di disagio da cui dover uscire con le proprie forze, a confronto e a contatto con la diversità, con i limiti di una cultura diversa da un lato, e con le sue potenzialità e creatività nella capacità di adattamento dall’altro, allenano come non mai alla vita che lo aspetta.

Il contatto con persone diverse che parlano lingue impossibili, la soluzione di problemi in maniera alternativa, l’avere la possibilità di toccare con mano che il mondo è ben più grande del piccolo paese in cui si vive, forniscono una capacità di contestualizzazione dei problemi non indifferente che tante volte si rivelerà utile per il suo futuro.

Personalmente non sono attratta dai viaggi dedicati ai bambini. E certamente non perchè abbia qualcosa contro di loro, anzi! Chi mi conosce sa benissimo quanto io adori i bambini e il tempo speso con loro, che siano figli, nipoti o nessuno dei due è per me, prima di tutto, un piacere. Ma stare con loro per trattarli come bambini e non come soprammobili o nostri prolungamenti di cui poter fare bella mostra.

Ecco perchè in questa definizione di viaggio dedicato, ci leggo, immediatamente, dei genitori che non sanno cogliere nè la bellezza di un viaggio, nè – soprattutto – il piacere del tempo speso con i loro figli. Leggo, troppo spesso, di bambini straviziati a cui viene insegnato – obrobio! –  che viaggiare è ricostruire nei luoghi del mondo ogni comodità della propria casa e di genitori frustrati dalla mancanza di uno scaldabiberon di quella precisa marca, che necessitano della vacanza più come biglietto da visita per il ritorno in ufficio per ostentare la propria felicità che non come un tempo piacevole e desiderato, speso per e con la propria famiglia.

Certo non vado in un paese in guerra con un bimbo, ma le normali procedure che adotto per me, sono più che sufficienti per un figlia, per quanto piccola, a cui cerco di trasmettere il gusto e la passione per la conoscenza di questo nostro infinito mondo! E non morirà di sicuro se si dovrà adattare, a meno di un anno, ad un cibo mai provato prima e un po’ troppo speziato per quanto continuassi a dire basta al cuoco, come ad una temperatura sotto zero in cui mi sono trovata costretta a cambiare all’aperto un pannolino. Ve lo assicuro. E’ sopravvissuta senza traumi fino ai suoi attuali 11 anni!

La cosa più bella, oltre ai luoghi, sono gli incontri: su un treno, su un aereo a parlare ore per la vicinanza costretta da un ritardo o uno scambio veloce di due parole con un abitante del luogo stupito di cosa spinga due turisti solitari con infante al seguito, ad inoltrarsi in un posto estremo come l’Islanda nel mese di novembre, quando gli autoctoni sognano la calda Florida.

Le relazioni che si instaurano sono quelle di un minuto o quelle di una vita, quelle che durano anche al ritorno e quelle – più frequenti – che passano e vanno oltre e di cui non sapremo nulla. Due mondi che con i loro vissuti si accostano, a volte si respingono, altre si attraggono, sovente si intersecano per la durata di pochi istanti. Ma sempre nella certezza che lo scambio è avvenuto.

E non è forse questa l'unica strada per l'integrazione? L’integrazione vera, non quella sbandierata e retorica, ma quella che passa attraverso la conoscenza e la vera accettazione del diverso. Non per farlo proprio scimmiottandolo nel portarsi a casa ricordi e ricordini, ma nell’accettazione, ben più difficile proprio perchè profonda, senza alcun tipo di giudizio di una realtà che, per quanto diversa e per quanti sforzi ci metteremo, non riusciremo mai completamente a cogliere e capire.

Ecco come il viaggiare si fa pertanto principalmente educativo. Mille parole non possono spiegare ad un figlio che si lamenta di dover aspettare al freddo, ogni mattina, l’autobus per andare a scuola, che questo è un privilegio di una parte molto limitata della popolazione mondiale e non parliamo poi del fatto di avere una o più auto in garage.

Mia figlia ha acquistato in questo modo una delle verità più importanti che l’esperienza del viaggio può consegnare, al di là di ogni pessimismo e lamentela nelle nostre vite di ogni giorno: la consapevolezza di essere nati nella parte giusta e fortunata del mondo!

 

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